Il Susumaniello: che cosa ha a che fare con l’asino?

Il Susumaniello: che cosa ha a che fare con l’asino?

L’Italia abbonda di vitigni autoctoni dalla cima al tacco dello stivale. È uno dei paesi con il maggior numero di vitigni autoctoni e la documentazione dichiara che ci sono più di 500 varietà autoctone coltivate per la sola produzione di vino.
Scoprire tutte queste eccellenze e unicità è un bell’impegno, hai mai sentito parlare del Susumaniello? È un
vitigno autoctono a bacca rossa con origini incerte che si presume arrivi dalla Dalmazia. Oggi viene coltivato in Puglia e più precisamente nella sola provincia di Brindisi per circa 50 ettari.

Il Susumaniello è un vitigno con una particolare proprietà: nel suo primo decennio di vita è molto produttivo per poi diminuire la quantità a favore di caratteristiche organolettiche straordinarie. Bere un Susumaniello vendemmiato da ceppi di almeno 10 anni significa che si sono raccolti al massimo 1-1,2kg di uva per pianta e il risultato è un vino che si arricchisce notevolmente di acidità, sostanze polifenoliche e antociani.

Ed è proprio con questa caratteristica che entra in gioco l’asino. Sì esatto il somaro. Per molti il termine Susumaniello deriva dal fatto che la pianta nei primi 10 anni di vita ha una sovrabbondanza di produzione, quindi si carica in modo quasi spropositato di grappoli d’uva, come la groppa di un asino con i carichi che deve trasportare.

Per altri invece, il nome del vitigno è legato alla vendemmia di un tempo dove quest’uva, dopo essere stata tagliata e posta su delle ceste, veniva caricata in groppa ai somari.
Altri ancora sostengono che i pugliesi erano soliti caricare talmente tanto i carri d’uva da utilizzare l’espressione “Carico come un somarello”.

Se l’esatta origine del termine come la provenienza possono quindi definirsi incerte, così non è per la storia della sua coltivazione e diffusione. Fino agli anni ’60 del secolo scorso il Susumaniello veniva coltivato insieme al Negramaro per poi creare dei blend che equilibrassero l’intensità del primo con la ruvidezza del secondo. Eventualmente veniva anche impiegato per la produzione di filtrato dolce destinato alle cantine del nord Italia. Questo equilibrio produttivo, purtroppo, molto presto cambiò a seguito di politiche economiche degli ultimi anni del 1900 che incentivavano forme di allevamento a spalliera e il Susumaniello, che era coltivato ad alberello, arrivò quasi a scomparire.

Come tutte le migliori storie avvincenti che si rispettino, grazie alla lungimiranza di alcuni viticoltori pugliesi innamorati delle loro tradizioni e dei loro patrimoni, negli ultimi 10 anni vi è stato un ritorno alla coltivazione di questo vitigno tanto che si può trovare in purezza, in rosato, come blend che lo vede protagonista con il Negramaro e la Malvasia Nera di Brindisi e in ben 8 denominazioni tra DOC e IGT: Brindisi DOC, Squinzano DOC, Daunia IGT, Murgia IGT, Puglia IGT, Salento IGT, Tarantino IGT e Valle d'Itria IGT.

Con un calice di Susumaniello in mano si può notare che ha un colore rosso rubino e spesso anche molto intenso. Al naso sprigiona profumi di frutta rossa come prugna e amarena fino a virare alla confettura di frutti rossi che ben si bilancia con gli aromi di speziato e tostatura derivati dal legno. Al palato, invece, lo si percepisce alcolico, tannico e con un buon equilibrio di acidità a seconda della sua epoca di affinamento.

Se lo si volesse abbinare con qualche piatto e fare bella figura con qualche amico o parente? Questo vino si sposa molto bene nella versione rosata con i primi mediamente succulenti e, più in generale, nella sua versione pura trova la sua massima espressione con secondi di carne arrosto o alla brace.
E se si volesse ulteriormente stupire i propri ospiti con qualche curiosità, ecco che il Susumaniello si può trovare anche con altri nomi legati ai dialetti locali: Zuzomaniello, Cozzomaniello, Susumariello, Zinfariello.

Effetto wow assicurato, provare per credere!

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