L'Ippopotamo del Monte Cesen

Il Cartizze, il Cru più pregiato della Conegliano Valdobbiadene DOCG

Il termine cru nasce in Francia nel 1600, (ufficialmente verrà adottato solo nel XIX secolo) dai monaci vignaioli borgognoni.

Questi dividevano i vigneti con bassi muretti e battezzavano ogni appezzamento con nomi spesso legati alla religione o a caratteristiche dell’appezzamento.

È l’alba del concetto di zonazione, quando i monaci si accorgono che in alcuni appezzamenti la qualità delle uve è superiore; il prefisso “cru” veniva quindi aggiunto al nome della vigna che produceva i vini migliori.

Il termine “cru” è semplicemente il participio passato francese del verbo “croître”, ovvero “crescere”, e si riferisce alla vigna che è cresciuta in quell’appezzamento.

Alcuni cru hanno nomi che solleticano la fantasia: uno per tutti Bonnes Mares, un’Appellation d'origine contrôlée (AOC) a base di Pinot Nero della Côte de Nuits, sottozona della Borgogna.

Pare che il nome suggestivo Bonne Mares, usato fin dal medioevo, sia legato alle “buone madri”, monache dell’ordine delle cistercensi a Nôtre-Dame di Tart. Una seconda ipotesi è legata al verbo “marer”, coltivare, che acquisirebbe il significato di “buona raccolta”. Una terza ipotesi, largamente sostenuta dalla famiglia Drouhin (viticoltori in Borgogna), si basa sul mito di un vignaiolo che pare avesse dissepellito nel vigneto una scultura delle tre divinità della fecondità, appunto le “Bonnes Mères”.

In Italia il termine “cru” non è riconosciuto ufficialmente, ma viene utilizzato come in Francia per distinguere appezzamenti di qualità superiore. Nel nostro Paese al posto dei cru abbiamo le sottozone e le Unità Geografiche Aggiuntive, ad esempio proprio il Cartizze, sottozona della Conegliano Valdobbiadene D.O.C.G., e le U.G.A. Rive.

Si tratta di specificazioni importanti che sicuramente hanno un impatto sul prezzo e sul prestigio del vino.

Il Cartizze è un’area collinare a Valdobbiadene (tra Saccol, Santo Stefano e San Pietro di Barbozza) di soli 108 ettari, interamente coperta da vigneti di Glera, in totale 1 chilometro quadrato diviso tra 140 diversi proprietari terrieri.

È l’unica sottozona della denominazione e si eleva sulle altre aree grazie alla perfetta combinazione di:

- esposizione a sud (che favorisce la crescita del grado zuccherino);

- ventilazione (la brezza costante che scende dalle montagne evita accumuli di umidità che favorirebbero le malattie);

- terreno ricco di minerali (la zona era un fondale marino, 5 milioni di anni fa e ancora oggi troviamo nel suolo di arenarie, morene e argille fossili marini);

- drenaggio dell’acqua piovana (grazie all’inclinazione della collina);

- escursione termica (favorisce lo sviluppo di eleganti aromi di fiori bianchi);

- rese per ettaro più basse (i disciplinari stabiliscono sempre che nelle sottozone la resa sia inferiore quantitativamente).

Le bottiglie di Cartizze non superano il 1,2 milioni all’anno, e devono essere commercializzate solo in bottiglia nella versione Spumante secondo il metodo Martinotti (seconda fermentazione in autoclave).

Non credete a chi vi dice che nel Cartizze l’uva viene raccolta tardivamente o fatta appassire: si vendemmia al momento giusto per avere il giusto equilibrio tra acidità e grado zuccherino.

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