I vitigni resistenti che salvaguardano la biodiversità dei vitigni autoctoni

I vitigni resistenti che salvaguardano la biodiversità dei vitigni autoctoni

I vitigni resistenti stanno conoscendo della gloria anche in Italia, finalmente.

Sicuramente più in voga nei paesi germanici, i vitigni PIWI (pilzwiderstandfähige, dal tedesco “resistente ai funghi”) sono degli ibridi che necessitano di meno trattamenti perché naturalmente predisposti a difendersi da oidio e peronospora.

La peronospora (Plasmopara viticola) è un fungo arrivato dall’America via mare quando, grazie alla motorizzazione delle navi, i trasporti si sono fatti più veloci e frequenti. Nel 1878 sbarca in Francia, come la maggior parte delle malattie della vite, e fa strage.

Ancora oggi, la peronospora è la malattia della vite più diffusa. La soluzione meno impattante sull’ambiente è il trattamento con rame e zolfo (poltiglia bordolese) che, per quanto naturale, accumula nel terreno e nelle falde acquifere il metallo pesante, praticamente indegradabile.

I vitigni ibridi nascono quindi per salvare il mondo, unendo la resistenza dei vitigni americani e asiatici alle qualità organolettiche della vite europea attraverso un lungo lavoro di ricerca. L’ibridazione è molto semplicemente la fecondazione tra specie di vite diverse ma geneticamente affini.

Nel 1819 i primi ibridi avevano già fatto la loro comparsa, ma solo nel 1829 vediamo i primi ibridi ufficiali: il Delaware e il Catawba. Nel 1850, in Italia, riscuotevano discreto successo i vitigni ibridi di l’uva Fragola e di Clinton (incroci naturali fra la Vitis Lambrusca e la Vitis riparia).

La Francia, devastata dalle malattie fungine, si interessa immediatamente alla ricerca sugli ibridi, raggiungendo negli anni ’70 i 400.000 ettari di vigneto sperimentale.

Oggi in testa alla classifica dei paesi più all’avanguardia in questo campo troviamo: Ungheria, Stati Uniti, Giappone, Germania, Austria e Svezia. In Italia le Università di Udine e di Trento stanno portando avanti progetti sperimentali in tutto il nord, nonostante ancora nessuna denominazione di origine includa dei vitigni resistenti (ma il Veneto c’è quasi arrivato).

L’oidio, anche conosciuto come “mal bianco”, è un’altra malattia fungina della vite: sbarcata in Inghilterra nel 1845, devasta l’Europa fino ad essere fermata dai due giardinieri inglesi John Kyle e Edward Tucker che realizzano il preparato di acqua e zolfo che ancora oggi è utilizzato in agricoltura biologica contro questa malattia.

Ma la vera vittoria dei vitigni ibridi è sulla la Fillossera. Questo afide, apparso in Francia a Pujaut, nella valle del Rodano vicino ad Avignone nel 1863, si riproduce sulle foglie e in parte migra nelle radici per attaccarle e indebolire la pianta fino a farla morire. Questo parassita volante sterminò i vigneti e centinaia di varietà di viti, le uniche a salvarsi furono quelle che si trovavano su suoli sabbiosi o in montagna. Questi vitigni detti “a piede franco”, sono ancora oggi salvaguardati.

Visto che le viti americane risultavano resistenti all’afide, per trovare una soluzione si iniziò a incrociare le varietà europee con quelle americane. I primi ibridi non producevano però vini qualitativamente apprezzabili.

I Piwi di ultima generazione, invece, hanno nel DNA oltre il 95% di vitis vinifera ed esprimono profumi ricchi e variegati che spesso ricordano i vitigni alla base degli incroci. Con la ricerca sono aumentati i fattori di resistenza alle malattie, e spesso sono coltivati con un regime biologico, con un elevato livello di sostenibilità ambientale.

Il timore di perdere attraverso la preferenza per i vitigni resistenti il nostro ricchissimo patrimonio di vitigni autoctoni non deve esistere: si stanno sviluppando programmi di miglioramento genetico basati sull’incrocio tra nuovi vitigni resistenti con vitigni regionali.

I vitigni rendono ormai caratteristico il paesaggio collinare italiano in Europa e nel mondo, ma per avere questi panorami è necessario e indispensabile un costante intervento dell’uomo.

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