I proiettili uccidono anche il vino

Da essere i primi fornitori dell’URSS a non avere più nulla

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio, la guerra ha causato perdite incommensurabili: milioni di sfollati, centinaia di vittime e feriti, la distruzione di case e palazzi, per non dire intere città.

Un’altra vittima è la cultura secolare del vino ucraino. Il Paese, che durante l’esistenza dell’URSS era il più grande produttore di vino dell’unione, aveva già subito un severo colpo basso con la società anti-alcolica di Gorbaciov del 1985, che nel 1988 aveva vietato totalmente la vendita di vino portando centinaia di ettari di viti ad essere abbattuti alla radice e la maggior parte delle imprese chiuse.

Il vignaiolo Sergiy Stakhovsky ci racconta che solo alla fine degli anni ’90 i viticoltori ucraini sono ripartiti da quel poco rimasto e da quel momento i progressi fatti sono stati incredibili; ex tennista che sconfisse Roger Federer nel 2013 nel secondo round di Wimbledon, adesso Stakhovsky guida la sua tenuta nella parte ovest della Transcarpazia, che confina con Slovacchia, Ungheria e Romania, delle quali condivide il clima ideale per l’allevamento della vite.

Siamo ai piedi dei Monti Carpazi, e davanti a noi c’è la Pianura Pannoniana, il clima è temperato e i vigneti sono protetti dalle correnti dalla catena montuosa: una condizione climatica unica.

La posizione lontana dai confini (quindi dal fronte) ha fatto di quest’area una zona sicura, non possiamo dire lo stesso purtroppo dell’altra regione d’elezione per la produzione di vino, lungo la costa del Mar Nero: Svetlana Tsybak, a capo dell’associazione ucraina dei vignaioli artigianali, denuncia una pesante sofferenza nella città di  Mikolaiv, più volte sotto attacco.

Guardando i missili distruggere le coltivazioni, si cerca l’incrollabile volontà di far andare avanti le cose nonostante gli operai siano impegnati al fronte e attacchi e saccheggi siano quotidiani.

Prince Trubetskoy Winery, il più grande produttore della regione di Cherson, alla foce del fiume Dnepr, è stata occupata dalle forze russe sin dal secondo giorno di guerra.

La piccola azienda famigliare di Château Kurin è andata completamente distrutta.

Anche se alcune cantine sono sopravvissute, le strade che vi ci conducevano  rendendo le spedizioni, le consegne e raggiungimento del posto di lavoro impossibili.

Rimarrà ben poco della vendemmia 2022, e chissà quante cantine sopravviveranno.

Queste perdite peseranno molto per un Paese che solo recentemente aveva cominciato a scoprire realmente il suo potenziale vitivinicolo. Negli ultimi anni, i vignaioli ucraini si sono guardati intorno, abbracciando le uve di Saperavi dalla Georgia che crescono tanto bene nell’area del Mar Nero, conoscendo successi con la produzione di Riesling, Zweigelt, Moscato di Ottonel e tanti vigneti del Vecchio Mondo, ma anche esplorando le varietà autoctone come Odessa Black e Telti Kuruk, e portando alla ribalta il vino spumante a base di Pinot Bianco, Riesling e Fetyaska.

I fan dei vini ucraini al di fuori dei confini temono che ci voglia molto tempo prima che le bottiglie riescano a tornare al livello qualitativo anteguerra. Per fortuna, le associazioni di produttori del Paese hanno organizzato dei fondi per sostenere i vignaioli; molte donazioni arrivano anche dal resto dell’Europa.

 Il fulcro della questione è che non conosciamo le proporzioni di quello che sta accadendo, stiamo cercando di capire quanto grandi e quanto lunghi saranno gli effetti, dice Stakhovsky. È troppo presto, e soprattutto la guerra non è ancora finita.  

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